Alcuni eurodeputati del gruppo Verdi/ALE si sono recati in Albania, dove il 29 giugno hanno visitato una struttura di gestione migratoria extraterritoriale tra le più discusse in Europa. Si tratta del centro di detenzione per migranti controllato dall’Italia a Gjadër, nel nord-ovest del Paese. Durante il resto della settimana incontreranno attivisti e rappresentanti della società civile protagonisti delle recenti proteste contro la distruzione dell’area protetta di Vjosa-Narta.
Nello stesso giorno della visita al centro per migranti, i parlamentari europei hanno pubblicato un comunicato stampa in cui ha affermato che il personale della struttura avrebbe ostacolato lo svolgimento di un’ispezione completa, impedendo l’accesso alle celle e rifiutandosi di rispondere alle domande e alle richieste di dati.
Nella nota diffusa dai Verdi sono riportate le dichiarazioni di alcuni membri della delegazione in Albania. ‘’La visita di oggi è stata molto deludente e vergognosa. Il personale ha davvero creato molti ostacoli’’, ha dichiarato l’eurodeputata Tineke Strik. ‘’Non abbiamo ottenuto alcun dato, non hanno risposto a nessuna domanda e non ci è stato permesso di entrare davvero nelle celle e vedere quale sia la situazione’’, ha ribadito Strik.
L’eurodeputata ha anche sollevato preoccupazioni sulle condizioni imposte ai detenuti. ‘’Per quanto riguarda le persone con cui siamo riusciti a parlare qui, è chiaro che hanno problemi nel chiedere asilo e molti di loro non vedono alcuna via d’uscita da un sistema fallimentare’’.
Anche l’eurodeputata Anna Strolenberg si è espressa sulla questione. ‘’Questa è la mia terza visita qui ed è sempre deprimente vedere il numero di uomini rinchiusi senza sapere quando potranno uscire. Molti di loro sono arrivati come minori non accompagnati, hanno vissuto in Italia per dieci anni e improvvisamente sono stati trasferiti in un campo oltremare’’, ha affermato Strolenberg. Entrambe le europarlamentari concordano sul fallimento annunciato di questo modello di gestione migratoria, considerato disumanizzante e incompatibile con i valori fondamentali europei. Il loro obiettivo è evitare che l’UE investa nell’esternalizzazione delle procedure d’asilo, in quanto ritengono che sarebbe un enorme spreco di risorse.
Dal canto suo, in passato il ministero dell’Interno albanese ha dichiarato che il centro di Gjadër opera come territorio italiano, con la polizia albanese responsabile esclusivamente della sicurezza perimetrale.
La travagliata storia dei centri italiani in Albania
La delegazione ha visitato anche il centro di identificazione presso il porto di Shëngjin, dove i migranti intercettati dalle navi militari italiane in alto mare vengono inizialmente registrati e sottoposti a controlli preliminari.
Il tentativo di gestione migratoria extraterritoriale progettato dal governo guidato da Giorgia Meloni è regolato dal Protocollo Italia-Albania, firmato nel novembre 2023 e ratificato l’anno successivo. In base a tale accordo, il centro presso il porto di Shëngjin è destinato allo screening, mentre la struttura di Gjadër si occupa dell’esame delle domande di asilo e del trattenimento di coloro le cui richieste vengono respinte, in attesa di rimpatrio. Roma mantiene invece la piena responsabilità della valutazione delle domande di asilo e del ricollocamento dei rifugiati riconosciuti, con personale italiano operante sotto giurisdizione italiana. Il sistema si applica esclusivamente a uomini adulti intercettati in acque internazionali dalla Marina militare italiana o dalla Guardia costiera. L’accordo quinquennale dovrebbe costare all’Italia circa 160 milioni di euro, pari a 185 milioni di dollari, all’anno.
L’episodio del 29 giugno è soltanto l’ultimo di una lunga serie di controversie che hanno segnato la storia di queste strutture. I tribunali italiani hanno bloccato ripetutamente i trasferimenti in Albania, stabilendo che Paesi come Bangladesh ed Egitto non potessero essere considerati uniformemente sicuri ai sensi del diritto dell’UE.
Nell’agosto 2025, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha inflitto un ulteriore colpo al sistema extraterritoriale, chiarendo le regole sulla designazione dei Paesi di origine sicuri. Pertanto, nonostante la struttura di Gjadër fosse stata inizialmente istituita per essere sia un centro di esame delle domande di asilo sia un centro di detenzione pre-rimpatrio, oggi viene utilizzata principalmente come centro per persone destinatarie di un ordine di espulsione.
A metà 2025, i centri italiani in Albania ospitavano soltanto poche decine di persone, nonostante un obiettivo iniziale di 3.000 al mese.
Uno studio di ActionAid e dell’Università di Bari “Aldo Moro” ha stimato che l’allestimento di ciascuno dei 400 posti effettivamente disponibili nel centro di Gjadër sia costato oltre 153.000 euro. Il confronto è con il Ctra di Porto Empedocle, in Sicilia, dove nel 2024 la realizzazione di 50 posti è costata poco più di 21.000 euro ciascuno.
L’International Rescue Committee (IRC), organizzazione umanitaria internazionale che ha visitato la struttura all’inizio di questo mese, ha avvertito che le condizioni del centro non dovrebbero diventare un modello per una politica estesa a livello europeo. I detenuti hanno riferito problemi diffusi di salute mentale che non venivano affrontati in modo adeguato e una mancanza di collegamento con il mondo esterno. Le persone trattenute nel centro si vedono ritirare i telefoni all’arrivo, incontrano ostacoli significativi nell’accesso alle informazioni e faticano a contattare i propri cari.
Il nuovo quadro giuridico
La visita degli eurodeputati si inscrive in un momento cruciale per la politica migratoria europea. Il 17 giugno il Parlamento europeo ha infatti approvato formalmente un nuovo e controverso regolamento sui rimpatri, che apre la strada a “hub per i rimpatri” fuori dall’UE. Tali strutture potranno diventare operative a condizione che i Paesi ospitanti rispettino i diritti umani e il diritto internazionale.
In una lettera indirizzata alla Commissione e ai vertici delle istituzioni europee, 19 Stati membri, tra cui l’Italia, hanno chiesto di adottare il prima possibile soluzioni in Paesi terzi. Recenti indiscrezioni trapelate da ambienti diplomatici europei hanno reso noto che Ruanda e Uzbekistan sarebbero già in esame come possibili Paesi ospitanti di questi centri. Il nuovo quadro giuridico sancisce la svolta più dura della politica migratoria europea da decenni e potrebbe risolvere alcuni degli ostacoli legali che hanno frenato il sistema italiano in Albania. Euronews riporta infine che, nelle ultime settimane, diversi nuovi arrivi sono stati registrati presso le strutture albanesi. Tuttavia le autorità di Roma e Tirana non hanno diffuso dati ufficiali in merito.
Articolo scritto da Pierre Sergio Balbo.

